Cinzia Della Ciana

“Lo scrivere di sé stesso, nasce senza alcun dubbio dal molto amor di sé stesso”.

Con questo incipit tratto da “Vita” di Vittorio Alfieri intendo preliminarmente denunciare l’atto di narcisismo che mi accingo a compiere. Sì perché presentarsi parlando della propria vita non è mai operazione neutra o indolore. Sicuramente si entra nel chirurgico, imponendosi una selezione di cosa interessa che agli altri appaia e necessitando una prognosi di ciò che, invece, gli altri incuriosisce. Due ambiti che a ben guardare non combaciano sempre esattamente. Insomma bisogna inventarsi equilibristi nella consapevolezza che l’unico dettato certo è non annoiare con elenchi e calendari, rigorosamente riservati ai biografi che post mortem si occuperanno della gloria di quelli degni di esser mantenuti in vita. Di che, dunque, rimanete incollati al video e concedetevi un po’ di sano voyerismo per capire chi voglio per voi ch’io sia.

Comincerò col dirvi che sono fiera di essere una verace toscana di origine poliziana, oramai d’adozione aretina. Nella mia infanzia ho peregrinato assai per questa meravigliosa regione, sì che avendone abitati molti, non sono legata a un campanile solo, ma li amo tutti, figlia di una Terra dove paesaggio si fa cultura e orgogliosa di aver per madre la sua lingua.

Avvocato di professione dal 1991, scrivo di prosa e poesia per intima e impellente – più recente – vocazione. V’è infatti che parallelamente agli studi giuridici compiuti presso l’Ateneo fiorentino ho seguito al Conservatorio di Perugia quelli pianistici che con dolore poi ho abbandonato avendo scelto di vivere nella più ortodossa via del diritto (coltivando le materie più vicine all’uomo: lavoro e famiglia). Per farla breve a poco più di vent’anni chiusi la tastiera voltandogli le spalle come si fa con un grande amore che non ammette mezze frequentazioni. Ma la formazione musicale, rimasta quiescente per tanto tempo, a “mezzogiorno” della mia vita (non giurerei sull’ora esatta) è riemersa prepotentemente e con essa la voglia di tornare a suonare, questa volta con lo strumento affinato nell’esercizio dell’avvocatura: le parole. Di qui il mio motto “del suonar colle parole”, sì perché le parole sono diventate le mie note che combino e manipolo per comporre un pezzo.

La professione forense mi ha insegnato che le parole hanno un peso, un senso e una storia, vanno rispettate, non abusate, calibrate, selezionate. La mia passione per l’arte e la letteratura da sempre mi ha abituato al gusto ricercato della parola, quella che esige di esser scavata, cesellata, distillata, affinché ne sia valorizzata la sonorità che evoca e suggerisce più che descrivere.

L’anno del mio esordio è il 2014 in narrativa con il racconto. La forma breve, ottima per far palestra, si prestava bene alla mia esigenza di fotografare e impressionare l’attimo, non mi interessava girare il film e srotolare una storia.

Il mio racconto “Lacrimosa” viene pubblicato in “Racconti nella rete” (Nottetempo, 2014), fra i vincitori dell’omonimo premio. Contemporaneamente esce la mia opera prima, la raccolta di racconti dedicata alle donne dal titolo “Quadri di donne di quadri” (Aracne, 2014).

Nel 2015 colleziono riconoscimenti sui racconti editi, ma anche per una raccolta inedita dal titolo “Grumi sciolti” (prima o mi deciderò a pubblicarla).

La primavera dell’anno successivo mi dà lo slancio per fare il salto: è così che decido di misurarmi con la forma lunga e partorisco il romanzo familiare “Acqua piena di acqua” (Effigi, 2016) anch’esso con focus al femminile. La curiosità è che l’opera finisce con una poesia e questa soluzione mi rende naturale il passaggio a pubblicare la silloge poetica “Passi sui sassi” (Effigi, 2017), dove trovano collocazione le liriche che in quegli stessi anni avevo composto. Il doppio binario “prosa-poesia” diventa ormai una realtà. In effetti prendo consapevolezza che il mio scrivere non è mai stato oggettivo, neppure in prosa, trovandomi a gestire un linguaggio lirico che mi induce a suonare in duplice chiave. Fino allo sperimentare contaminazione in perfomance con vera e propria musica. La poesia di “Passi sui sassi” diventa un vero e proprio spettacolo dal titolo “Accordi di versi: quattromani di donne, la poesia al pianoforte” che realizzo con l’amica pianista Leonora Baldelli, la quale ha il merito di finalmente farmi riaprire la tastiera esibendomi anche in pubblico. Così accanto alle presentazioni di libri che mi portano a viaggiare un pò per tutta Italia inserisco la partecipazione a rassegne dove c’è spazio per musica, filosofia, letteratura e psicologia.

Insomma la vita continua e diventa uno spartito che sfoglio con la voglia di cercar leggerezza fra le note. E’ così che arrivo a formulare esercizi in chiave umoristica, sono i miei ormai noti “Solfeggi” (Helicon, 2018), una raccolta di racconti che tratteggia in modo ironico spaccati di ordinaria follia quotidiana. Il volumetto rivela anch’esso una vocazione teatrale, tanto che con la soprano Gaia Matteini e il Prof. Andrea Matucci diamo luogo a una vera e propria pièce di “Solfeggi parlati e cantati”. 

A maggio del 2019 si tempra la mia ostinazione del “suonar colle parole” e pubblico “Ostinato” – Suite in versi (Helicon Edizioni), raccolta di poesie che si propone come una vera e propria partitura con tanto di agogica destinata a essere eseguita dallo stesso lettore.  La silloge è, infatti, articolata in sei movimenti che riportano il nome di precise danze – quali sarabanda, aria, passacaglia, corrente, pavane (oltre alla preghiera finale dello Stabat) – ciascuna delle quali accoglie liriche che presentano una medesima tonalità e affini andamenti. Qui, il viaggio iniziatico di Passi sui sassi, approda a quel fonosimbolismo in cui le parole come note  si combinano e si trascinano secondo suoni, accenti e ritmi che creo sempre più fedele alla mia poetica. Dall’uscita di Ostinato sto sperimentando la mia “predicazione” poetica portandolo a spasso nei luoghi più disparati (dalle piazze alle cene) con  eventi performanti nell’intento di far uscire la poesia dalle stanze dei poeti.

E anche Ostinato è divenuto una perfomance a finalità filantropica, un atto unico dal titolo “Ostinati per la vita” nel quale si fondono la musica fatta di tasti e percussioni, la poesia e la pittura estemporanea. 

A primavera del 2020 sono voluti nascere – decidendo che questo era il loro presente – sempre per i tipi  Edizioni Helicon, i famosi “Grumi sciolti” (che nel frattempo si sono arricchiti e sono diventati ben 18 racconti e non solo!): un libro da leggere “a voce alta”,  specie in un momento dove si ha bisogno che le emozioni travalichino l’interiorità e diventino esperienza individuale e collettiva.

 A questo punto me ne taccio perché i lavori sono in corso e non resta che seguirmi per i prossimi passi. Restate in linea.

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